La tolleranza viene compresa in diversi modi. Può rimandare al senso positivo di flessibilità, di comprensione e di pazienza, ma può anche legarsi ad un senso più negativo di rassegnazione, di resa e di passività.
Perché la tolleranza sia un processo positivo devono presentarsi alcuni fattori:
-disponibilità a stabilire una relazione di reciprocità;
-capacità di mantenere una relazione paritaria ed equa;
-saper dare spazio e priorità a interessi singoli e comuni;
-mantenere la libertà di avere e mostrare contraddizioni e differenze.
Questi fattori garantiscono che tollerare non arrivi a rappresentare un atto di sottomissione, quanto piuttosto una decisione cosciente.
La parola tolleranza implica:
-una situazione/persona/gruppo da tollerare;
-un motivo per il quale essere tolleranti.
La parte interessante risiede nella motivazione per la quale decidiamo di essere tolleranti.
Quando ci prefiggiamo di essere tolleranti il primo passo che dovremmo fare è quello di analizzare le nostre ragioni. Immagina una situazione nella quale sei stato particolarmente tollerante, perché lo hai fatto?
E qual è il limite della tolleranza?... È un limite soggettivo che si rifà al sistema valoriale di ciascuno: in termini generali, il limite della tolleranza (la tolleranza positiva) si stabilirà nel punto in cui la persona non puo’ andare oltre perché il suo sistema di valori lo impedisce. Tuttavia, avere un sistema valoriale, anche solido, e far valere le proprie posizioni e sapersi distaccare sono cose ben differenti che spesso non vanno di pari passo.
Dr.ssa Elena Salvetti




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